
I dati parlano chiaro. Negli ultimi anni sono stati autorizzati dodici nuovi centri commerciali nella città di Torino. Opere mastodontiche che vivono per se stesse e che di fatto nulla hanno a vedere con le mire di benessere dei cittadini. Questo brevemente il quadro che emerge da un articolo che compare su La Stampa di oggi a pagina 69.
Se da un lato l'assessore Viano è addirittura fiero di aver portato i centri commerciali all'interno della città, nell'articolo di spalla accanto si leggono tutte le perplessità in merito della prof.ssa Maria Cristina Martinengo, docente di Sociologia dei Consumi presso la Facoltà di Economia dell'Università di Torino.
Ma fermiamoci per un attimo a ciò che dice l'assessore all'Urbanistica Mario Viano. Egli sostiene che i centri commerciali posti nella cintura o all'estrema periferia della città abbiano "espatriato la domanda di consumo". Premesso che se una città come Torino ha più centri commerciali di una città come Milano probabilmente ci sarebbe da porsi qualche domanda in merito a questa "domanda di consumo", quantomeno valutare quanto di questo consumo non sia in realtà surplus indotto. Ma queste probabilmente sono fisse da comunista radical-chic; va bene lo concedo. Detto ciò. Per risolvere il problema Viano ha una soluzione a dir poco geniale, che suona più o meno così: "Basta con questi centri commerciali fuori dalla città che rovinano il commercio, costruiamoli dentro la città!". Bravo!!! Ma come abbiamo fatto a non pensarci prima?! Logicamente non fa una piega: non voglio i centri commerciali, quindi... costruisco centri commerciali.
Ora, tornando seri. Al di là dell'illogicità della proposta di Viano il pensiero a monte è un altro: davvero siamo convinti che in una città sempre più spersonalizzata, sempre più indebitata, sempre più disoccupata costruire un centro commerciale il cui solo fine è far 'sì che le persone si spersonalizzino, indebitino e spendano ancora di più, sia davvero una buona idea?
In tutte le città d'Europa - Parigi fa da esempio - i centri commerciali sono fuori dalla città, e ben serviti dai mezzi pubblici. Se proprio devi fare la spesa grossa ti prendi mezza giornata e vai al centro commerciale. Nella città ci devono essere parchi e piccoli negozi. Quei posti perduti dove c'è ancora il senso della fiducia reciproca. Michael Pollan, nel suo Il dilemma dell'onnivoro spiega bene come oggi l'uomo si aggiri per gli scaffali senza più sapere ciò di cui davvero ha bisogno e cosa davvero gli può fare bene piuttosto che male. Esattamente come l'uomo primitivo faceva quando si trovava davanti a una pianta che non conosceva. Abbiamo perso l'abitudine a guardare in faccia chi ci dà da mangiare. Se la frutta era buona non abbiamo nessuno a cui dirlo, nessuno che ci tiene da parte il latte, nessuno che ci consiglia cosa può davvero essere la scelta migliore. Si è soli in mezzo a centinaia di persone, ognuno in una bolla ovattata.
I piccoli rivenditori sono pesciolini che vengono costantemente mangiati da questi squali patinati. Le saracinesche chiudono a ritmi sempre più preoccupanti, e la massima aspirazione per una persona che magari ha anche investito tempo, soldi e passioni per costruirsi qualcosa diventa la speranza di trovare un posto part-time proprio in uno di quei centri commerciali. Che quindi - malato di Sindrome di Stoccolma - devi pure ringraziare sostenendo la "filosofia aziendale".
E' vero che i centri commerciali hanno il merito di potersi permettere di mantenere prezzi molto bassi, ma... cavoli, a che prezzo. Se si paga meno di 50 cent un litro di latte che si è sciroppato migliaia di chilometri su un camion, che viene da un Paese estero,che praticamente no scadrà mai, che cosa pensiamo di buttarci nello stomaco? Con questo sistema i piccoli negozi al dettaglio non potranno mai competere con i colossi della grande distribuzione. Ma proviamo a portare i centri commerciali fuori mano, ad aumentare la concorrenza, a incentivare i "negozi leggeri" dove si acquistano i beni sfusi e senza confezioni laddove possibile (non solo costituiscono quasi il 70% dei rifiuti totali ma possono arrivare a incidere fino al 60% sul prezzo finale!), dove si vendono prodotti a chilometro zero, certificati e senza marchio, dunque senza pubblicità. Scommettiamo che i prezzi magicamente inizieranno a scendere?
E' vero, non può essere così per qualunque prodotto. Me ne rendo conto. Ma dire che non può essere così per ogni prodotto non equivale a dire che non può essere così per nessun prodotto.
La sfida parte anche da noi. Iniziamo a usare di più i negozi sotto casa e i mercati rionali. Sarà un ennesimo passo avanti verso un vero cambiamento. ![]()