Torino Jazz Festival: perchè NON rifarlo

(di chiara appendino) 08.05.13 14:00

Si è appena conclusa la seconda edizione del Torino Jazz Festival (TJF), evento perno della politica culturale del Sindaco Fassino e del suo Assessore Braccialarghe.
In diverse occasioni abbiamo espresso perplessità in merito a questo Festival ma per fugare ogni dubbio di partigianeria, a seconda edizione chiusa, credo sia opportuno riassumere in un ragionamento completo quali siano le ragioni di tale ostilità.

Una breve premessa, scontata, ma credo sia opportuno ribadirla: i gusti musicali sono personali, e pertanto non dovrebbero in alcun modo influenzare le scelte dell'Amministratore Pubblico, semmai essere l'ispirazione di idee che però devono superare il rigido vaglio della logica e della razionalità.

Iniziamo quindi con alcuni dati economici: quest'anno il TJF è costato, tra costi diretti e indiretti, circa 1,2 milioni di euro di cui circa €900.000 di costi dell'evento e € 250.000 di costi di comunicazione e promozione. Sono davvero un ammontare di risorse significative se si pensa che gran parte della cultura vive con poche decine di migliaia di euro; per fare un esempio, l'intero capitolo del finanziamento alle piccole associazioni musicali quali l'Orchestra Filarmonica di Torino, l'Accademia Stefano Tempia e altri analoghi ammonta a circa 70.000,00 euro... e non è neppure detto che quest'anno vi siano i fondi.

Dinnanzi a tale osservazione la Giunta di norma risponde che i soldi per il TJF sono reperiti tramite sponsorizzazioni, ossia non gravano sulle casse pubbliche e soprattutto non possono essere usati per altre finalità se non quelle volute dagli sponsor.
Tale argomentazione di per sé stessa è fallace: in primo luogo gli sponsor, seppur aziende formalmente private, sono legate in vario modo alla politica la quale o ne nomina i vertici o ne detiene consistenti partecipazioni o ne controlla le decisioni. Le grandi banche, quali Intesa San Paolo, e le aziende multiservizi quali IREN non godono di fatto di una completa autonomia decisionale e ciò fa sì che, tanto nel bene quanto nel male, le decisioni possano essere quantomeno "addomesticate".

Inoltre, così come fatto dal Comune di Torino durante tutto il periodo olimpico, è facoltà dell'Ente pubblico introitare delle sponsorizzazioni "private", tanto è vero che il Comune di Torino ha sempre sottoscritto dei contratti di sponsorizzazione ed ha emesso relativa fattura, ma poi, tramite i capitoli di spesa collegati, è anche facoltà del Comune spendere in vario modo tali soldi, finanziando anche, ad esempio, altre attività meno "appetibili" dal punto di vista dell'immagine.

L'argomentazione dunque è fallace per queste due ragioni: la tipologia dei soggetti che pagano la sponsorizzazione e l'uso che si può fare di questi fondi.

La seconda linea di difesa addotta dal Sindaco Fassino e dal suo Assessore Braccialarghe è relativa al turismo, ossia alle ricadute sul territorio di tale evento.
Anche in questo caso l'argomento ci appare fallace per due ragioni: la prima è per la totale assenza sino ad oggi di uno strumento che misuri in modo scientifico le ricadute sul circuito turistico e dell'accoglienza di tali eventi. La Città di Torino, infatti, utilizza solamente un sistema statistico che un anno dopo fornisce delle stime e non dei dati reali.
Inoltre i numeri presentati dalla stessa Amministrazione se utilizzati per un rapido calcolo danno un risultato anti economico: anche ammettendo che tutti e 50.000 gli spettatori (dato puramente ipotetico ma considerate che Umbria Jazz, il festival del jazz più importante in Italia, fa dalle 40 alle 60 mila presenze) siano tutti turisti, cosa di per sé stessa impossibile, si raggiungerebbe un costo pari a 1,2 milioni di euro diviso 50.000 pari a 24 euro a turista. Un concerto un po' importante di gruppi musicali contemporanei riempie sedi come il PalaOlimpico (30.000 spettatori) e non ha un costo per la Città di Torino di 24 euro a spettatore... semmai ha un ritorno economico tanto dall'uso della struttura quanto dal circuito turistico.
La domanda dunque è inevitabile: perché non incentivare l'incoming di tali eventi musicali? Si tratta ovviamente solo di un esempio di politica turistica, ma molto si potrebbe fare con 1,2 milioni di euro.
Per riassumere possiamo dunque dire che tale argomentazione addotta dall'Amministrazione è fallace tanto perché non esiste uno strumento in grado di dimostrare le ricadute sul territorio degli eventi quanto perché, anche con dati assolutamente privi di scientificità, l'investimento sembra assolutamente non conveniente.

Nel tentativo di approfondire ho provato a fare una ricerca con Google Trends, uno strumento che misura le tendenze dei volumi di ricerca di determinate parole e anche l'area geografica di provenienza. Ho messo a confronto il Torino Jazz Festival con l'Umbria Jazz. Ecco il grafico:
Torino Vs Umbria.png

Cosa possiamo dedurne, pur considerando tutti i limiti dello strumento? Ovviamente i volumi di ricerca dell'UJ sono maggiori del TJF in quanto evento storicamente affermato. Ma il dato più interessante, a mio avviso, è la provenienza delle ricerche. Mentre per l'UJ si possono notare ricerche provenienti anche dall'estero (UK, Germania e USA) e soprattutto da moltissime città italiane, da nord a sud (da Milano a Bari, passando per Firenze, Bologna e Salerno), per il TJF, non è presente un significativo numero di ricerche dall'estero, nè, cosa ancora più grave, di ricerche da altre città italiane, al di fuori di Milano. Ciò, opportunamente verificato con altri indicatori, potrebbe significare che TJF non attiri assolutamente interesse e turismo da fuori, se non in piccola parte dalla città di Milano e significherebbe una mancata ricaduta significativa nel settore alberghiero, in quanto è altamente probabile che da Milano il turista faccia avanti e indietro in giornata.
Il milione e 200 mila euro, in quest'ottica, appare ancora più sproporzionato.

Occorre a tutto ciò aggiungere che la tardiva e pessima comunicazione dell'evento, iniziata solamente un mese e mezzo prima dell'avvio del festival, (a Roma alla conferenza stampa erano presenti pochissime persone...) ha privato possibili avventori anche della possibilità stessa di inserire nella propria agenda tale evento. È prassi nota in occasione di eventi culturali di questa portata che la comunicazione venga avviata con ampio preavviso e soprattutto con la partecipazione degli imprenditori che poi saranno interessati; tutto ciò non è avvenuto. Anche in questo caso è utile dare un'occhiata al grafico precedente. UJ genera interesse sul web parecchi mesi prima dell'evento. TJF no.

La terza argomentazione addotta è relativa alla necessità che occorra un certo numero di anni per consolidare un evento culturale, e quindi per creare un bacino di "clientela affezionata", come accade, per restare nello stesso ambito, all'UJ. Tale osservazione è vera, ma proprio per questa ragione la domanda ne è conseguenza: la Città di Torino si può permettere in questo periodo di investire per almeno una decina di anni 1,2 milioni di euro all'anno, quindi 12 milioni di euro nel complesso, per lanciare un nuovo evento culturale? Mito-Settembre musica, che esiste da più di 30 anni, ha notevoli problemi di risorse e di anno in anno l'Amministrazione riduce il suo budget, cosa pericolosa poiché sono sempre meno i direttori, musicisti e orchestre che vengono a suonare a Torino, facendo di conseguenza diminuire l'appeal del festival. Forse non conviene potenziare e consolidare l'esistente magari investendo addirittura più risorse sulla comunicazione?
Noi crediamo di sì e che quindi il Festival Jazz assorba risorse indispensabili per mantenere un elevato standard qualitativo negli eventi culturali torinesi.

Una postilla potrebbe riguardare la scelta del periodo, infelice dal punto di vista climatico (quest'anno ha piovuto quasi ininterrottamente, più dell'anno precedente. Sbagliare è umano ma perseverare...), e delle location... ma le famose strutture olimpiche come l'Oval e il PalaOlimpico per quale ragione sono state costruite se poi non vengono utilizzate? Mah!

Ci pare quindi che non vi siano sufficienti ragioni valide per continuare ad "investire" queste risorse in una nuova edizione del TJF. Al contrario, invece, come già detto in aula, ci piacerebbe vedere investimenti nel mondo della cultura non basata solo sui grandi eventi bensì sulla cultura locale.
E' inaccettabile vedere oggi 1,2 mln di € investiti in un grande evento e contemporaneamente in sede di discussione di consuntivo trovarsi di fronte a un taglio massiccio a voci di spesa quali l'acquisto dei libri per le biblioteche che rappresenta il primo livello di accessibilità di tutti al "diritto alla cultura".