Profughi, tra mito e realtà (4)

(di Vittorio Bertola) 29.07.15 16:08

Nelle tre puntate precedenti abbiamo visto qual è la differenza tra i profughi e i normali immigrati, quali sono i requisiti per avere l’asilo politico e qual è il percorso che compiono i profughi dall’arrivo all’integrazione. In questa ultima puntata affronteremo alcune delle questioni che più fanno discutere i giornali: qual è il trattamento dei profughi, quanto ci costa, chi ci guadagna, e quanto funziona il sistema.

I media sono pieni di articoli scandalistici a proposito dell’accoglienza: i profughi in alberghi di lusso, i profughi che rifiutano e sprecano il cibo, i profughi che intascano 35 euro al giorno a spese nostre. Cosa c’è di vero? Come abbiamo visto, dopo l’accoglienza, i profughi hanno diritto a vitto, alloggio e corsi di formazione a spese dello Stato italiano, in teoria fino a che non diventano integrati e autosufficienti; in pratica, fin che c’è posto nel sistema e per un periodo molto variabile ma tipicamente compreso tra uno e due anni dall’arrivo in Italia.

Più precisamente, è sufficiente leggere uno dei capitolati degli appalti prefettizi per le strutture di emergenza, che hanno ormai le stesse condizioni dei progetti SPRAR, per sapere nel dettaglio cosa lo Stato italiano fornisce agli immigrati: l’alloggio compresa la pulizia, tre pasti al giorno composti di primo, secondo, contorno e frutta/dolce e personalizzati per i gusti e i divieti religiosi di ogni profugo (qui le indicazioni dettagliate), i vestiti, i prodotti per l’igiene, almeno dieci ore settimanali di corso di italiano, una tessera telefonica da 15 euro al momento dell’arrivo, e poi un fondo di 2,50 euro al giorno in contanti, che viene solitamente usato per pagare le spese telefoniche e/o le sigarette.

Oltre a questo, vengono messi a disposizione servizi da usare in caso di necessità: mediazione culturale, accesso ai servizi pubblici (sanità, trasporti ecc.) e aiuto per usarli, aiuto per accedere ai centri per l’impiego e trovare borse lavoro e altre opportunità lavorative (tranne che nei primi sei mesi da richiedente asilo, in cui è vietato lavorare), aiuto per richiedere la casa popolare se se ne ha diritto, organizzazione di eventi e momenti di integrazione con la comunità locale, tutela legale e altro ancora, compreso il sostegno per il passaggio all’autonomia; per esempio, si pagano le spese perché il profugo prenda la patente di guida, e a fine progetto spesso al profugo vengono pagati un paio di mesi di affitto di una nuova casa e persino i mobili per arredarla.

Da dove viene allora la cifra di 35 euro al giorno a testa? Quello è il costo standard che lo Stato italiano paga per garantire quanto sopra ai profughi, dandolo ai suoi fornitori, che sono i Comuni (che poi subappaltano alle associazioni) nel caso dello SPRAR, mentre sono direttamente cooperative ed entità del terzo settore nel caso dei CPSA/CDA/CARA e nel caso delle strutture straordinarie prefettizie; in quest’ultimo caso spesso sono coinvolti, direttamente o con subappalto dalle cooperative, gli albergatori del territorio.

La cifra può variare per categorie speciali di ospiti (per esempio per i minori adesso la cifra standard è 45 euro al giorno a testa) ed è variata nel tempo; per la già citata Emergenza Nord Africa, per esempio, era normale che le prefetture pagassero dai 40 euro in su. Trattandosi di appalti, possono verificarsi dei ribassi di gara; per esempio, nell’ultimo appalto prefettizio concluso per Torino città sono stati appaltati cento posti a 34,50 euro e altri sessanta posti a 29 euro. A queste cifre si aggiunge l’IVA, che a seconda del tipo di fornitore del servizio può andare da zero al 22%.

In media, dunque, ogni profugo costa allo Stato italiano tra i 1000 e i 1200 euro al mese; di questi, solo 75 finiscono direttamente in mano al profugo, mentre il resto viene pagato a intermediari italiani in cambio dei servizi di cui sopra.

Da un certo punto di vista, è comprensibile la rabbia degli italiani più poveri, visto che lo Stato italiano, ai milioni di esodati, disoccupati, precari e pensionati al minimo che spesso per decenni hanno pagato tasse e contributi alle casse nazionali, non fornisce affatto il vitto e solo in piccola parte fornisce l’alloggio, e mai gratis; e spesso offre sussidi e prestazioni che sono ben inferiori ai mille euro al mese abbondanti spesi per ogni profugo. Questa è una disparità di trattamento che, a fronte dei numeri in aumento, va affrontata o determinerà una moltiplicazione delle proteste e delle guerre tra poveri.

E la spesa è enorme: basta moltiplicare una media di 1100 euro al mese per gli almeno 70.000 posti attualmente garantiti e per dodici mesi per arrivare attorno al miliardo di euro annuo, senza contare il costo di tutto il resto: dei soccorsi in mare, dei trasporti di profughi in giro per l’Italia, delle strutture burocratiche di gestione delle domande di asilo e dell’accoglienza.

Spesso i fautori dell’accoglienza cercano di minimizzare il problema sostenendo che l’accoglienza dei profughi in realtà non ci costa, perché è pagata dall’Europa; questo però è falso, intanto perché gli stanziamenti europei dell’AMIF (fondo per l’asilo, le migrazioni e l’integrazione) sono di tre miliardi di euro totali per tutta Europa per sette anni non solo per i profughi ma per tutti gli immigrati, e quindi coprono solo una piccola parte delle spese; e perché comunque i fondi europei non crescono sugli alberi, ma arrivano anch’essi dalle tasse degli italiani. Allora le stesse persone parlano del ritorno economico che i profughi porteranno lavorando, ma allora il problema è: quanto lavoreranno e produrranno i profughi? E di questo parleremo più avanti. Nel frattempo, il problema del costo crescente dell’accoglienza c’è, ed è irrisolto.

D’altra parte, va però rimarcato che i mille euro abbondanti al mese non vanno affatto a finire nelle tasche dei profughi, ma in quelle di un mondo di cooperazione italiana vicina alla politica di cui tra poco parleremo; anzi, vien da pensare che se invece di dare 1100 euro al mese alle cooperative ne dessimo 400 a ciascun profugo, noi spenderemmo un terzo e loro vivrebbero anche meglio.

Le proteste dei profughi, dunque, possono sembrare e spesso sono un segno di ingratitudine o un tentativo di rompere le scatole per avere ancora qualcosa in più; ma possono anche essere invece il segnale che l’intermediario italiano sfrutta la situazione peggiorando i servizi e maltrattando i profughi per lucrare sulla situazione. Magari il profugo rifiuta il cibo perché è un ingrato schizzinoso, o magari lo rifiuta perché la cooperativa gli dà il mangiare del cane per aumentare i propri utili: chissà.

Di scandali sull’accoglienza, difatti, ne sono usciti già molti; per esempio quello, collegato all’indagine Mafia Capitale, del sottosegretario NCD Castiglione che avrebbe contribuito alla manipolazione delle gare d’appalto per il CARA di Mineo. Ma anche quando tutto è fatto a norma di legge, è indubbio che a guadagnare dall’accoglienza siano ambienti vicini alla politica e/o molto chiacchierati.

A Torino, per esempio, l’appalto prefettizio per accoglienza profughi dello scorso marzo è stato aggiudicato (per quanto reso pubblico al momento) prevalentemente a due diverse entità. Il lotto 2, più altri lotti in provincia per un totale di 260 posti a 34,50 euro/giorno/persona e per un valore complessivo di 2.466.750 euro + IVA, è stato vinto dal raggruppamento tra Liberi Tutti, cooperativa sociale della galassia cattolica vicina al Sermig, e il centro Babel di via Ceresole, associazione della galassia di Terra del Fuoco di Michele Curto, attuale capogruppo di SEL in Comune. Il lotto 1, più altri lotti in provincia per un totale di 257 posti al prezzo molto più scontato di 29 euro/giorno/persona e per un valore complessivo di 2.049.575 euro + IVA, è stato vinto dalla cooperativa L’Isola di Ariel, che gestisce da anni il centro di accoglienza di via Aquila, e che assurse all’onor delle cronache per i suoi legami con Giorgio Molino, noto come “ras delle soffitte” per la sua attività di affittacamere agli immigrati (ma anche al Comune, che nelle case di Molino ha messo anche i rom sfollati da Lungo Stura Lazio, ovviamente a pagamento) a condizioni non proprio di favore.

E’ molto difficile capire dall’esterno quali siano i veri costi di ospitare e mantenere i profughi; dipende molto dalla qualità del servizio fornito e dal fatto che tutto ciò che è previsto e remunerato dall’appalto venga effettivamente svolto, cosa su cui i controlli, secondo gli stessi dirigenti dello SPRAR, lasciano molto a desiderare, specie per gli appalti prefettizi.

E così, non sappiamo se questi operatori siano dei benefattori che si fanno carico per motivi ideali di una complessa emergenza sociale, come loro stessi generalmente si presentano, o se davvero, come spesso si dice in rete, tutto il sistema dell’accoglienza, gonfiato in Italia molto più che altrove dalla grande “generosità” con cui si accolgono anche i profughi che non saremmo obbligati ad accettare e dalla (voluta?) inefficienza che prolunga a dismisura i tempi dell’accoglienza in attesa della risposta alla domanda di asilo, sia mirato a trasferire denaro pubblico verso ambienti politicamente protetti.

Sta di fatto che alla fine potrebbe valere la pena di spendere tutti questi soldi se servissero a integrare i profughi, a trasformarli in persone produttive e inserite nelle regole e nella società italiana, capaci di restituire nel tempo col loro lavoro il dono di accoglienza ricevuto dagli italiani, e di diventare italiani loro stessi. Ma è così?

Per saperlo, basta guardare un ultimo grafico dell’Atlante SPRAR 2014 (pag. 46): quello che mostra i motivi per cui i profughi escono dal programma.

Solo il 31,9%, meno di uno su tre, ne esce per “integrazione”; e guardate che per lo SPRAR “integrazione” è anche, semplicemente, avere una borsa lavoro precaria di tre mesi, dopo la quale il profugo sarà di nuovo in mezzo alla strada e senza più supporto. Quasi nessuno (0,3%) sceglie di tornare in patria; il 5% viene allontanato, ovvero buttato fuori dal programma perché si comporta male e non rispetta le regole di convivenza, o addirittura delinque.

Il resto è quel 63%, la stragrande maggioranza, che si perde per strada; o a un certo punto sparisce e se ne va a cercar fortuna altrove, oppure viene buttato in mezzo alla strada per fine dei termini, senza aver conseguito la minima integrazione, e magari senza nemmeno avere imparato la lingua (o perché non si è applicato, o perché i corsi di italiano forniti dal gestore erano pessimi o inesistenti).

Quindi, alla fine, tutta questa enorme spesa non serve quasi a niente, se non a produrre decine di migliaia di disadattati privi di qualsiasi forma di reddito, che per sopravvivere nella maggior parte dei casi non potranno fare altro che occupare edifici altrui, rubare e delinquere o perlomeno arrangiarsi nella zona grigia ai margini della società, creando probabilmente dei ghetti fuori controllo, come è già successo al MOI con l’avanguardia reduce dall’Emergenza Nord Africa. E questo ovviamente creerà sempre più problemi di convivenza con gli italiani e con gli immigrati regolari, e sempre più razzismo.

In sostanza, il sistema dell’asilo politico è stato concepito per un mondo in cui i profughi erano pochi e ben identificabili; ora viene usato per favorire una immigrazione senza limiti, equiparando la povertà e le difficoltà della vita nei paesi in via di sviluppo a una persecuzione politica.

A fronte di questo, il dibattito pubblico troppo spesso cade nella dicotomia ideologica – funzionale a tutti i partiti e a chi sull’immigrazione ci vive, politicamente o economicamente – per cui le uniche due ipotesi in lotta sono l’accoglienza generalizzata “umanitaria”, che però porta a sfruttare i profughi per poi abbandonarli a morire di fame nelle fabbriche in disuso e a scontrarsi per le strade con la reazione degli italiani, o le sparate salviniane sull’affondare i barconi.

Eppure, ci deve essere una terza via, una via per cui non si lasciano morire questi poveretti, ma non li si accolgono nemmeno tutti. Una migrazione di massa dall’Africa all’Europa, oltre a essere ingestibile, non risolve niente; serve solo ai poteri economici che cercano manodopera senza diritti per eliminare gli ultimi residui di diritti dei lavoratori che ancora esistono, e nel frattempo impoverisce di energie e intelligenze i Paesi africani.

Noi dovremmo accogliere solo le persone che sono veramente in pericolo di vita per guerre e persecuzioni, e farlo anche più degnamente di oggi. Per il resto, gli africani dovrebbero poter rimanere a casa loro a lavorare per lo sviluppo dell’Africa, anziché fare gli schiavi qui. Per fare questo servono regole chiare e serve la capacità di farle rispettare, senza per questo abbandonare la gente in mare, ma senza nemmeno farci prendere in giro dal senegalese che si dichiara siriano o perseguitato politico per avere un permesso di soggiorno.

Comunque la pensiate, spero che queste quattro puntate così lunghe e approfondite vi siano state utili a saperne un po’ di più, e a costruirvi una opinione informata e basata sui fatti. E, come sempre, da portavoce sarò lieto di sentire le vostre opinioni.

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