Mirafiori: No a Marchionne, sì al futuro

13 gennaio 2011

In questi giorni tutta Italia parla di Mirafiori e del referendum sul nuovo accordo di lavoro; e anche noi del Movimento 5 Stelle di Torino vorremmo dire con chiarezza la nostra posizione.

Non siamo di sinistra (né di destra o di centro) e non vogliamo certo difendere le sacche di inefficienza, i privilegi, le rigidità, le pastoie legali cervellotiche e l'assenteismo che ancora regnano in grandi parti del mondo del lavoro italiano, né giustificare sindacati che, al di là della loro posizione di questi giorni, tutti insieme per trent'anni non hanno saputo fare molto altro che difendere lo status quo e la propria partecipazione al potere, di cui molti sindacalisti hanno beneficiato personalmente ben oltre il lecito.

Tuttavia, troviamo questo accordo scandaloso; è un ricatto con cui Marchionne dice “o lavorate a condizioni sempre peggiori o io chiudo le fabbriche italiane”. Scandaloso, più ancora il fatto che Marchionne “ci provi”, è il fatto che il Paese si disponga a novanta gradi; che non ci sia una controparte seria in grado di giocare non in difesa, ma in attacco.

Il famoso progetto Fabbrica Italia, almeno per quanto riguarda Mirafiori, non convince proprio: che futuro può avere uno stabilimento che dovrebbe produrre SUV americani su licenza? E’ questo, secondo Marchionne, il veicolo del futuro, o è un modo per trascinare Mirafiori ancora per qualche anno in condizioni sempre peggiori, stile ThyssenKrupp, in attesa di poter chiudere la fabbrica per sfinimento?

La Fiat chiede agli operai più produttività, ma poi in molti reparti di Mirafiori i macchinari più recenti hanno almeno vent’anni e molti ne hanno quaranta; per cui, se in Volkswagen cambiano stampo in dieci minuti, in Fiat ci mettono tre ore, periodo in cui la produzione resta ferma. Questo è un piccolo esempio di come l'eventuale improduttività della produzione italiana non derivi dalle “pause pipì” dei lavoratori, ma dalla mancanza di investimenti da parte dell'azienda. Altrimenti, come è possibile che in Germania gli operai guadagnino il 30% in più, lavorino 35 ore invece di 40, e le fabbriche siano competitive?

Inoltre, la crisi commerciale di Fiat deriva dall'incapacità dei manager e dei sindacati di concepire un piano industriale adeguato alla mobilità del “post petrolio”, basata su veicoli energeticamente efficienti e non inquinanti, su una diversificazione verso settori attigui (come la cogenerazione di energia già abbracciata da Volkswagen) e su uno spostamento verso il trasporto pubblico e collettivo. La Fiat è gestita come un conglomerato finanziario e borsistico, non come una grande industria; è incredibile come così poca attenzione sia stata prestata a questo tema.

Troviamo assurde le argomentazioni di chi auspica la firma del nuovo contratto. Il sindaco Chiamparino, come un piazzista televisivo, invita a firmare ora promettendo che poi si aggiusterà il contratto in futuro, prendendo per scemi gli operai. La storia insegna che chi cede ai ricatti una volta poi potrà soltanto cedere ancora, e ancora. Sarà anche vero che la competizione globale è feroce e che il futuro di un paese sviluppato non è nell'industria pesante, ma qual è la risposta disegnata dalla classe politica e industriale italiana: la trasformazione degli operai in schiavi? La loro eliminazione fisica?

A tutto questo si aggiunge però un altro scandalo, quello dell’ingiustizia sociale. Se l’Italia deve accettare sacrifici per recuperare competitività, li devono fare tutti, compresi i dirigenti e gli azionisti. Non è accettabile che si peggiorino le condizioni di vita e di salute degli operai mentre Marchionne guadagna 120 milioni di euro con le sue stock option, tassate perdipiù al 12,5%. I manager miliardari che impongono sacrifici solo agli altri sono figure moralmente indegne.

Ci piacerebbe fare il conto di quanti soldi ha dato alla Fiat la collettività con la cassa integrazione, con gli incentivi alla rottamazione, con le regalie degli enti locali come l’acquisto delle aree TNE (60 milioni di euro) o la svendita dello Stadio delle Alpi a scopo di centro commerciale. Facendo i conti, potremmo scoprire che Mirafiori in realtà dovrebbe già essere nostra.

Proprio perché gli operai sono sotto il ricatto della perdita del posto di lavoro, sta al resto del Paese difenderli. Una classe politica degna di questo nome avrebbe negoziato con la Fiat un piano industriale ben diverso, e avrebbe preteso il rispetto dei diritti dei lavoratori. Di fronte alla minaccia di chiudere gli stabilimenti, una classe politica degna di questo nome avrebbe chiesto la restituzione degli aiuti di Stato percepiti in questi anni, come peraltro hanno fatto molti governi stranieri; verificato la possibilità di introdurre dazi sulle produzioni effettuate in Serbia, che piacciano a Bruxelles o no; imposto una tassazione non del 12,5%, ma dell'80% sulle plusvalenze da stock option oltre il milione di euro. Avrebbe, insomma, fatto il possibile e l'impossibile per arrivare a un accordo equilibrato e dignitoso per tutti, esercitando il potere che i lavoratori oggi non hanno.

Quello che è in ballo oggi è molto più che qualche pausa in meno; è il diritto dei lavoratori a venire rispettati, a scegliersi i propri rappresentanti, a sperare in un futuro migliore e non progressivamente peggiore. Per questo motivo, invitiamo a votare NO al referendum per l'approvazione del contratto; inoltre, capendo che molti lavoratori, lasciati soli dall'Italia, non potranno che cedere al ricatto di Marchionne, promettiamo loro solidarietà e sostegno per le future battaglie, qualsiasi sia l'esito del referendum.





2 Comments

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Le condizioni di sicurezza confort e fatica nelle fabbriche stanno migliorando costantemente. Non c'è paragone col passato e non si può parlare di condizioni pessime o in peggioramento.
Il contratto precedente era stato fatto quando gli operai si spaccavano la schiena coi pesi e non avevano sistemi di sicurezza.
Si sta chiedendo a gente che aspetta da mesi di lavorare per colpa della cassa integrazione di avere un lavoro più flessibile(3 sett da 6gg piu una da 3),lavorare alcune ore in più e avere uno stipendio maggiore(anche se di poco). Ma i benefici del nuovo investimento non sono per chi già lavora. Ma per chi ora è a casa.

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Da sostenitore del MoVimento mi sento di affermare che stavolta vi siate accodati al carrozzone che strepita.

1) La Cassa Integrazione la paga lo Stato, ma non ne fruisce solo Fiat bensì centinaia di aziende italiane che pagano lo stato per questo. Quando Motorola chiuse la sede torinese nessuno andò in cassa (prima della cessione della sede) perchè l'azienda americana non ne aveva diritto. Dov'è lo scandalo?

2) Fiat ha certo usufruito di incentivi in passato, ma per andare ad investire laddove non sarebbe stato conveniente farlo (Termini Imerese). Questi incentivi sono stati elargiti da politici per guadagnar voti localmente, poi gli stessi politici si stupiscono se quando c'è da chiudere un impianto l'imprenditore chiude la struttura meno redditizia.

3) Il gruppo Volkswagen si può permettere di produrre in Germania. Ma a quale regime fiscale è assoggettata? Quanto paga l'energia? Siamo sicuri che gli stipendi degli operai siano l'unico indicatore da tenere in considerazione per un confronto corretto?
L'auto elettrica per ora è una costosa illusione. Investire oggi significa realizzare un prodotto tecnologicamente immaturo con un ciclo vita ambientalmente molto impattante (batterie! che tra l'altro verrebbero sicuramente dalla Cina) che nessuno compra visto che una citycar costa 30.000 euro.

4) Fiat deve investire nel trasporto pubblico. I pullman Irisbus sono una buona realtà, Fiat Powertrain se non erro fornisce anche motori marini! E' un peccato che dismissioni fatte per fronteggiare anni difficili nel passato abbiano fatto perdere Fiat Ferroviaria e Fiat Avio.

5) Volkswagen diversifica? Il contributo al bilancio del gruppo dalla cogenerazione quant'è in %? Io suppongo abbastanza risibile. E allora di cosa stiamo parlando? E dove sta questo mercato della cogenerazione in Europa?

La verità è che Fiat come quasi tutti i principali costruttori europei (PSA, Renault, Ford, Opel) si trova a dover affrontare un momento di recessione che dura dal 2008.

Cosa hanno fatto i politici europei per difendere la produzione locale di auto?

Che auto hanno in garage gli italiani che sbraitano contro Marchionne cattivone? Se siamo noi per primi a non credere nel prodotto italiano, a guardarlo con spocchia, a non esserne orgogliosi, perchè ci aspettimo che siano i clienti stranieri a farlo?

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