Come sicuramente ormai saprete, oggi in Municipio si è svolta una affollata commemorazione per il decennale dalla morte dell’avvocato Agnelli, alla presenza del presidente della Repubblica Napolitano. In qualità di capogruppo e in rappresentanza del Movimento 5 Stelle, io ero stato invitato ad assistere in Sala Rossa tra il pubblico e a incontrare il Presidente subito prima, senza però la possibilità di parlare. Da buon portavoce, già da ieri, sulla mia bacheca Facebook, ho chiesto la vostra opinione sull’opportunità di accettare questo invito; e vista anche la preponderante quantità di pareri negativi, alla fine ho deciso di non andare.

Non volevamo fare polemica, tanto è vero che non avrei probabilmente nemmeno scritto questo post, se non fosse che il Partito Democratico ha prontamente stigmatizzato la mia assenza in un comunicato stampa e su Facebook. Vorrei pertanto chiarire le motivazioni di questa assenza: molto semplicemente, noi non ci riconosciamo e non ci troviamo a nostro agio in questo genere di celebrazioni da VIP, tanto più in un momento in cui ogni risorsa disponibile andrebbe concentrata su chi ne ha veramente bisogno e non nel pagare scorte, auto blu e militari per difendere autorità che vivono in una torre d’avorio e hanno paura dei propri cittadini, salvo poi andare tutti insieme a mangiare al Cambio.

Non intendiamo mancare di rispetto alle istituzioni e a una commemorazione funebre e capiamo anche chi ritiene opportuna la presenza a prescindere (non la protesta clamorosa che pure alcuni ci avevano chiesto: non si disturba una commemorazione). Riteniamo però che il rispetto per le istituzioni si dimostri innanzi tutto non sprecandone le risorse, come noi da sempre facciamo, e concentrando l’attività delle stesse sul bene comune di tutti i cittadini, anziché sulle occasioni mondane per pochi privilegiati. L’attuale amministrazione manca di rispetto alle istituzioni ogni giorno, con le assunzioni arbitrarie a peso d’oro e con la svendita dei beni comuni, con un sindaco troppo preso per ricevere cittadini che chiedono udienza da mesi, con un presidente del consiglio comunale che fa cadere il numero legale in una seduta importantissima per andare a inaugurare il concerto di fine anno, con persone senza casa e senza lavoro che si accampano sotto il Municipio per chiedere aiuto e vengono trattate da invisibili, quando non gli si manda la polizia.

Personalmente – ma questa è una sensibilità personale – credo che una buona istituzione debba rispettare tutti i cittadini allo stesso modo, anzi, privilegiare gli ultimi rispetto ai primi. Credo che questa visione possa essere bene esemplificata parlando del simbolo per eccellenza, la toponomastica: quando si è trattato di intitolare le vie e i giardini della città il sindaco e la maggioranza hanno scelto sempre per potere e per visibilità, dal tunnel di corso Mortara intitolato a Donat Cattin fino a Marisa Bellisario per la toponomastica femminile e alle Vittime dell’11 settembre per il terrorismo. Tutto bene, ma noi invece abbiamo proposto due nomi, due ragazzi che nessuno conosce più, vittime di storie terribili: Maria Teresa Novara ed Emanuele Iurilli, che a trenta e cinquant’anni dalla morte aspettano ancora un ricordo formale. Quando vedrò una città altrettanto attenta a persone come queste, sarò più disponibile a partecipare alle commemorazioni.

Sono passati ormai diversi giorni dal consiglio comunale di lunedì e non si è ancora spenta l’eco della clamorosa mozione con cui la Sala Rossa all’unanimità ha imposto la revoca del blocco del traffico agli Euro 3 diesel in centro. Questo è stato il nostro intervento in aula.

Anche noi abbiamo votato a favore, e anzi abbiamo chiesto la revoca totale, liberalizzando anche la circolazione degli Euro 0 gpl e metano, perché sin dal principio – da novembre, quando il provvedimento fu annunciato – abbiamo contestato l’errore di fondo. Difatti, questo provvedimento non spinge le persone all’unica soluzione strutturale, ovvero lasciare a casa l’auto e utilizzare i mezzi pubblici, la bicicletta o le altre alternative, ma le invita semplicemente a cambiare auto e poi a continuare a girare come prima, discriminando inoltre tra chi ha i soldi per comprare un’auto nuova e chi non se lo può permettere.

Sicuramente bisogna disincentivare, limitare e talvolta fermare il traffico privato per motivi ambientali: siamo una delle città più inquinate del mondo e il fatto che ciò sia dovuto anche alla nostra posizione geografica non vuol dire che possiamo rassegnarci a morire di cancro e di asma. Tuttavia questo va fatto con equità sociale e in modo efficace, e non con provvedimenti tanto per fare e dall’efficacia quasi nulla, grazie anche all’elevato numero di eccezioni di ogni genere.

Questa è proprio l’obiezione maggiore che si può fare alla giunta Fassino: l’improvvisazione continua su quali provvedimenti prendere, e, per quanto riguarda la mobilità alternativa, un’abbondanza di annunci e dichiarazioni roboanti quasi mai seguite dai fatti. L’anno scorso non si sono fatti blocchi perché secondo la giunta e la maggioranza erano inutili, quest’anno invece (a fronte di dati circa uguali) i blocchi erano necessari, però dopo due settimane sono diventati di nuovo inutili e sono stati revocati dalla stessa maggioranza: che senso ha?

Nel frattempo, da tre anni si attende il piano della mobilità ciclabile, e non si è riusciti nemmeno a mettere in sicurezza i peggiori punti neri per le bici; sulla seconda linea di metropolitana si susseguono annunci, ma poi si approva di costruire un parcheggio pertinenziale proprio nel mezzo del percorso e se non sono io a sollevare il problema succede che l’amministrazione manco se ne accorga; le ulteriori pedonalizzazioni sono ferme non si sa perché; i mezzi pubblici sono sovraffollati e sempre più intasati; e così via, senza parlare poi degli interventi sulle altre sorgenti dell’inquinamento dell’aria.

Il piano originariamente concepito dalla Provincia, pur contenendo una serie di dati interessanti, è la stanca riproposizione della logica dell’auto nuova ogni tre anni che non è più sostenibile, né economicamente, né ambientalmente (anche perché il costo ambientale di costruire continuamente nuove auto non viene mai preso in considerazione). E’ ora di cambiare logica.

Repetita iuvant

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Dal momento in cui ho iniziato a scavare nella questione degli affidamenti diretti, mi sono giunte periodicamente richieste di chiarimento (l'ultima tramite un commento di un certo Umberto a questo post, ma anche via Facebook o nei corridoi del Comune) riguardanti la mia retribuzione e la mia posizione lavorativa. Ho pensato, quindi, di scrivervi queste righe per aggiornarvi ancora una volta sul mio status occupazionale e retributivo, tema già ampiamente reso pubblico e discusso su questo blog e su Facebook all'inizio del mio mandato.
Per arrivare alla situazione odierna occorre ripercorrere brevemente la mia carriera lavorativa.
Ho conseguito la laurea triennale in Economia nel 2007 e, circa sei mesi prima di laurearmi con quella specialistica, ho partecipato ad un colloquio presso la Juventus S.p.A. per uno stage nel controllo di gestione. Inizio così la mia prima esperienza lavorativa tramutatasi, dopo il conseguimento della laurea specialistica in Economia, in un contratto a tempo indeterminato.  
Nell'autunno del 2009, dopo quasi 2 anni di esperienza in questa importante azienda, decido di abbandonare il "posto sicuro": mi licenzio. Decido di lasciare un posto fisso in una grande azienda per andare a ricoprire un ruolo di maggiore responsabilità presso un'azienda più piccola, nella quale c'era un posto vacante a causa del pensionamento della persona che per quarant'anni si era occupata di amministrazione, pianificazione e controllo. Per me era la possibilità di crescere professionalmente mettendo in pratica ciò che avevo studiato all'università e appreso in due anni alla Juventus.
Questa azienda ha per me anche un valore affettivo perché mio marito è uno degli amministratori e vi detiene una quota partecipativa assieme al fratello e al padre.
Tutto ciò accadeva prima che diventassi attivista del Movimento, cosa che è avvenuta solo dopo le elezioni regionali del 2010. Un anno dopo ancora, come molti di voi sanno, mi sono candidata per il Comune col Movimento e il resto è cronaca.
Questa breve premessa era necessaria per spiegare ciò che accade tra l'azienda presso la quale lavoro, il Comune di Torino e la sottoscritta.
La legge che regolamenta gli Enti Locali (anche ispirata dall'art. 53 della Costituzione, che al comma 3 recita: "Chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive ha diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro"), prevede che i lavoratori dipendenti che siano eletti ad esempio in Comune o nelle Circoscrizioni possano beneficiare per svolgere il proprio mandato, di permessi retribuiti e che tali permessi non gravino sulle aziende di provenienza ma sul Comune o sulla Circoscrizione. In poche parole la società presso la quale un consigliere è dipendente riceve dal Comune un rimborso per le ore di lavoro effettivamente prestate da questo consigliere al Comune e non all'azienda.
Se così non fosse sarebbe impossibile per una persona che vuole mantenere il proprio posto di lavoro e la propria indipendenza, senza diventare un politico di professione, essere presente alle commissioni, che ci sono tutti i giorni, e alle sedute del Consiglio Comunale, perché dovrebbe prendere ferie e permessi che finirebbero in pochissimo tempo. Nello stesso modo non sarebbe sensato che le aziende si sobbarcassero di oneri che non sono propri e quindi, banalmente, pagassero lo stipendio ad una persona che invece lavora per qualcun altro, in questo caso per il Comune di Torino.
Ecco dunque il mio trattamento:
Dovrei percepire per ogni consiglio o commissione ai quali  partecipo, un gettone lordo di 120 euro (nel 2012 abbassato del 30% a causa dell'uscita dal patto di stabilità), col limite massimo stabilito dalla legge di 19 mensili.
Nel contempo, mantenendo il lavoro che sto attualmente svolgendo e che continuerò a svolgere, percepisco il mio stipendio da lavoratore dipendente, che è rimasto invariato dall'assunzione avvenuta ormai 3 anni fa ad oggi, e tale rimarrà, fino alla fine del mio mandato elettorale. L'azienda per la quale lavoro, come spiegato sopra, a sua volta viene rimborsata dal Comune per le ore di lavoro prestate al Comune, in Consiglio Comunale o in Commissione.
Diversi mesi fa, tuttavia, vista la situazione economica che sta vivendo il Comune di Torino, l'uscita dal Patto si Stabilità e la richiesta di continui sacrifici alla cittadinanza, ho deciso autonomamente, e senza alcuna pubblicità, di rinunciare a percepire i gettoni di presenza, come si può vedere in questa sezione del sito del Comune: link

Questi dunque i fatti che è corretto che siano noti a tutti i cittadini torinesi, quelli che mi hanno votata e quelli che invece desiderano, giustamente, controllare il mio operato e come vengono spesi i soldi pubblici. Cosa può, infatti, accadere? Vi sono stati casi per i quali questo sistema di rimborso delle ore lavorative all'azienda privata è stato, in modo tutto italiano, usato con assunzioni ad hoc, con persone che sono state assunte subito dopo l'elezione, magari con lauti stipendi, e quindi pagate quasi interamente con soldi pubblici. Può anche succedere che gli stipendi percepiti aumentino magicamente subito dopo l'elezione "tanto paga il comune".
Anche se è evidente come nel mio caso personale non ci sia nulla da nascondere, è facile intuire che questo tipo di tutela per i lavoratori dipendenti previsto dalla legge, possa portare a delle distorsioni a discapito delle casse comunali e quindi dei cittadini ed è per questo che è assolutamente necessario che si faccia sempre massima chiarezza.
Per questo è per me importante che ciascuno di voi sappia leggere i fatti, verificare le fonti e valutare in modo autonomo l'operato di una cittadina prestata alla politica per un massimo di 2 mandati che si sta impegnando con tutta sé stessa per dare un contributo, spero significativo, alla città di Torino.
Chiara.
 

Come ricorderete e come il video (intervista del 13 Ottobre) qui sopra testimonia, le tre settimane della "bufera" del CD degli affidamenti diretti si sono concluse con le dimissioni della oramai nota super dirigente fiduciaria (nominata da Castellani e reiterata da Chiamparino e Fassino) Anna Martina, "inciampata" su un affidamento diretto sotto-soglia da lei stessa firmato a favore della società del figlio (la Punto Rec).
Proprio dopo le dimissioni della Martina i riflettori dei Media si sono spenti ma non pensate che per questo motivo abbiamo smesso di lavorare sul caso, anzi....

Abbiamo letto tanti documenti, depositato interpellanze, fatto accessi agli atti, ricevuto moltissime segnalazioni e ora, finalmente, iniziano ad arrivare le prime conferme.
Abbiamo fin da subito intuito l'esistenza di un "sistema", un meccanismo poco trasparente, che ha per molti anni soffocato il merito e la concorrenza nel tessuto economico ed imprenditoriale locale favorendo sempre le solite pochissime aziende.

Tanto clamorosa quanto significativa la dichiarazione di quei giorni dell'ex sindaco ed ex presidente del Toroc Valentino Castellani: "Per quanto riguarda il fatto che a Torino lavorano sempre gli amici degli amici va anche detto che la città non è grandissima, l'ambiente è quello che è, diventa persino difficile non rapportarsi sempre agli stessi".

Per questo abbiamo lavorato per fare luce non solo sugli affidamenti diretti del Comune di Torino ma anche sulle modalità di gestione degli affidamenti tramite triangolazione da enti partecipati e controllati, come FAM, Comitato Italia 150 e Turismo Torino.
E se la vicenda della FAM, che è ben spiegata qui, ha portato ad un duro scontro sia con l'assessore competente che con il sindaco (che mi ha pure dato della Giovanna D'arco), con l'interpellanza discussa ieri in Consiglio, depositata più di tre mesi fa, cominciano invece ad emergere i primi fatti che dimostrano l'esistenza di quello che allora avevamo chiamato il "Sistema Torino".

Nella gestione degli acquisti da parte di Turismo Torino la Giunta ci ha confermato in aula "che è una prassi consolidata che i dirigenti indichino al soggetto (Turismo Torino) i fornitori a cui affidare gli incarichi diretti".

Come e con quale metodo?
Molto semplice: esiste una procedura acquisti che prevede che ad ogni fattura registrata da parte di Turismo Torino venga allegato il preventivo del fornitore e la motivazione della scelta dello stesso (o eventualmente i nominativi degli altri fornitori interpellati e non scelti) nonché la firma sull'apposito modulo del soggetto "responsabile della scelta". Fin qui tutto benissimo, anzi direi un passo avanti verso la trasparenza visto che è stata implementata nel 2011.

Peccato però che a scegliere il fornitore possa essere un dirigente del comune e/o l'assessorato: come è possibile che un dirigente del comune, che non ha alcun ruolo in quell'ente terzo, indichi i fornitori da usare? A che titolo può influire in modo così netto sull'operatività e la gestione del soggetto terzo?
Non c'è il rischio, con tutta questa arbitrarietà affidata ai dirigenti (talvolta nominati dai politici) e ai politici stessi (sindaco e assessori) che alla fine, nell'affidare i lavori senza gara, prevalga una logica clientelare o peggio nepotistica (come è accaduto per il caso Martina), invece che meritocratica?

E infine, che senso ha avere enti esterni come la FAM e Turismo Torino se non operano in modo indipendente ma sono di fatto diretti dall'assessorato e/o dal Comune stesso?

Sono domande che già avevamo posto in sede di discussione dell'interpellanza FAM anche a seguito delle sconcertanti dichiarazioni del Presidente dimissionario della fondazione stessa che aveva scritto che "non aveva contezza elle operazioni (della FAM) svolte in modo egregio dall'Assessorato".

A giudicare dalla risposta del Vicesindaco Dealessandri, questa prassi è consolidata ma a noi non sembra per nulla opportuna, oltre al fatto che in questo comportamento potrebbero prefigurarsi irregolarità amministrative.

Per questo motivo riteniamo opportuno esporre i fatti alla Procura affinché possa valutare se i nostri dubbi siano fondati o meno.

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Il mio intervento in aula sul Museo Lombroso

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Durante il dibattito in commissione, alla presenza anche del direttore del museo e dei tecnici, nonostante non sia intervenuta nel merito, ho ascoltato con attenzione le diverse posizioni espresse e ribadite qui in aula, in particolare dal collega e primo firmatario Mangone.

Vorrei quindi, oggi in aula, condividere con voi alcune riflessioni originate dai temi affrontati dalla mozione.



A differenza di quanto emerso spesso sia sui giornali che da alcuni interventi ritengo che non si tratti di una semplice - e permettetemi di dire anche decisamente strumentale - contrapposizione tra nord e sud dell'Italia o tra vecchia e nuova mentalità, ma parlando del Museo Lombroso ci assumiamo la responsabilità di giudicare molto di più che un'epoca storica: valutiamo un modello sociale e culturale.



L'ottocento, ma ancora di più il novecento, fu popolato di teorie che possiamo definire "pseudoscientifiche", successivamente smentite dal progresso della scienza stessa, e sovente anche dal semplice buon senso. Non sto ad elencare, credo che le abbiamo tutti presenti, visto che hanno causato sofferenze, dolore e morte a milioni di persone, e non mi riferisco solo a quella codificata da Lombroso, basti pensare a ciò che è accaduto nel novecento grazie ad alcuni postulati sull'esistenza e sulla superiorità di alcune "razze" su altre.



Nella cultura italiana ci sono state due opposte scuole di pensiero in merito ai musei: Giovanni Gentile ne postulava l'utilità educativa, Benedetto Croce li reputava la morte della cultura stessa. Per ora sembra che abbia prevalso il primo punto di vista e Torino, tra le prime città d'Italia, è dotata di un circuito museale molto importante.



Perchè dunque mantenere aperto un museo dedicato ad una persona le cui teorie sono state ormai superate? Perchè è importante tenere quei reperti in mostra per coloro che desiderano fruire di quel luogo di divulgazione? Sicuramente non per confermare le teorie del "delinquente nato" né per glorificare Lombroso in quanto uomo di scienza, ma per comprendere quanto profonda fosse la spaccatura che attraversava la società italiana proprio nel secolo in cui fu realizzata l'unità stessa del nostro paese. Questa spaccatura, velata di uno pseudoscientismo, ha effetti ancora oggi, produce ancora oggi derive che sovente ci tocca combattere schierandoci contro il razzismo, di qualunque tipo esso sia.



Non è dunque di grande utilità poter comprendere quale sia l'origine di ciò che ancora oggi interessa le nostre vite e la società nella quale viviamo?



Tra i molti musei che abbiamo a Torino c'è il Museo Egizio: benchè sicuramente nessuno di noi creda negli dei egizi e nella mummificazione, ancora oggi decine di migliaia di persone ogni mese si recano li per capire, per conoscere una delle grandi culture dell'età antica. Estremizzo un po', ma la domanda, che ho posto anche informalmente in commissione non può che sorgere: dovremmo, dunque, dare adeguata sepoltura anche a quelle mummie nelle tombe dalle quali gli archeologi le hanno tratte?

I secoli che ci separano da loro, ben maggiori rispetto a quelli che ci separano da Lombroso, non sono una giustificazione morale per non rispettare le esplicite volontà di quelle persone che più di due millenni fa hanno disposto dei loro resti mortali.



Il passato è ormai dietro di noi ed è una grande risorsa di un valore incredibile. Indipendentemente da come lo giudichiamo, deve essere usato per costruire il futuro, senza dogmi.



E anche per questo motivo, quindi, il passato non si seppellisce, perché non avrebbe senso, ma si studia, si impara, si critica e si tramanda a coloro che verranno dopo di noi.



Pertanto ritengo di grande valore il museo Lombroso (come tanti atri musei presenti sul territorio) ed il suo contenuto e per i ragionamenti espressi non posso di certo condividere il contenuto di questa mozione.

Qual è, secondo voi, la priorità del consiglio comunale di Torino di domani? Probabilmente vi aspettate che sia la discussione sui blocchi del traffico anti-smog (sui quali peraltro ribadiamo la posizione espressa da mesi), e invece no: il Partito Democratico ha chiesto di mettere al primo punto la mozione, presentata dal consigliere calabrese del PD Domenico Mangone, di restituire e seppellire il cranio del bandito ottocentesco Giuseppe Villella, conservato nel Museo Lombroso.

Anche se alla fine l’ordine è stato invertito, la discussione sarà calda; i consiglieri comunali stanno ricevendo decine di mail dalla Calabria che li invitano a votare a favore. Difatti è stato il sindaco di Motta Santa Lucia, paesino dei monti calabri di cui Villella era originario, a portare in causa il Comune e l’Università di Torino ottenendo dal tribunale di Lamezia una sentenza che li obbliga a restiuire il cranio al Comune d’origine, che per legge esegue la sepoltura in assenza di parenti; anche se la sentenza qualche giorno fa è stata sospesa dopo l’appello.

Difatti, la legge – articoli 410-413 del codice penale, articolo 32 del Regio Decreto 1592/1933 e articoli 40-42 del D.P.R. 285/1990 – permette l’uso di cadaveri di persone prive di parenti per studi scientifici, ma per un tempo determinato; alla fine tutti devono essere seppelliti o cremati, per rispetto della dignità dell’essere umano. Però è vero che, una volta che le spoglie umane entrano nel patrimonio di un museo, se rivestono valore “etnoantropologico” sono riconosciute come “beni culturali” e come tali “non possono essere distrutti” (articoli 10 e 20 del D.Lgs. 42/2004).

Insomma, messa sul piano del rispetto delle spoglie, si tratta più che altro di una questione di sensibilità e di coscienza, su cui ognuno può pensarla come vuole: è infatti indubbio che ci sia secondo molti (inclusa l’associazione dei musei) un momento in cui le spoglie umane diventano bene culturale e reperto scientifico, altrimenti non potremmo esporre nemmeno le mummie egizie e gli scheletri dell’uomo di Neanderthal – cosa che peraltro altri invece ritengono giusta.

Per questo motivo, il Movimento 5 Stelle lascerà libertà di coscienza e Chiara probabilmente voterà contro la mozione, mentre io, se la discussione rimarrà su questo piano, voterò a favore auspicando la sostituzione del cranio con un calco, coerentemente con le posizioni già espresse. Infatti, solo poche settimane fa, sono stato io a sollevare la questione della “mostra” Human Body Exhibition, per la quale l’intera città è stata riempita di gigantografie pubblicitarie di cadaveri scuoiati e messi in pose buffe, con il patrocinio della Città. Alla mia interpellanza l’assessore ha risposto che tutto era regolare e che si trattava di cinesi condannati a morte e usati con il permesso del governo di Pechino, giustificazione che a me, sul piano etico, pare del tutto insufficiente.

Il problema, però, è che la discussione facilmente non rimarrà su questo piano. Il testo della mozione, difatti, è infarcito di attacchi alle qualità di scienziato di Cesare Lombroso, arrivando verso la fine a insultare la nostra Università accusandola di avere aperto un museo che espone reperti “senza alcuno scopo scientifico” e a riportare, anche se in politichese, la richiesta di non intitolarlo più a Lombroso; e, al fondo della prima pagina, accusa Lombroso di avere inventato il “razzismo scientifico” e gli attribuisce addirittura la responsabilità di avere pregiudicato “un equilibrato sviluppo del Paese”, insomma lo ritiene responsabile dell’arretratezza attuale del Meridione. Se queste accuse resteranno nel testo della mozione, il mio voto finale sarà contrario, dato che non le posso assolutamente condividere, e vi spiego perché.

Esiste da diverso tempo nel Meridione una campagna di revisionismo storico, tesa a presentare l’unificazione d’Italia come una conquista coloniale del Piemonte, che avrebbe occupato militarmente il Regno delle Due Sicilie, ricco e moderno, e l’avrebbe depredato, causando così la povertà attuale del Mezzogiorno, che senza i Savoia sarebbe oggi un’isola felice e borbonica. Di questa campagna, Villella è un simbolo due volte; la prima perché fu un brigante, morto in galera dopo essere stato catturato dalla polizia mentre era latitante nei boschi, e dunque secondo i neoborbonici un eroe della resistenza contro l’occupante “straniero”; la seconda perché proprio dallo studio del cranio del Villella Lombroso derivò la teoria dell’“atavismo criminale”, per cui alcune caratteristiche della forma del cranio, piuttosto diffuse in Meridione, sarebbero state correlate a una maggiore propensione alla criminalità.

Da questa campagna nascono pamphlet illeggibili e infarciti di vittimismo, come il tremendo Terroni di Pino Aprile, per cui pure Grillo tempo fa si prese una sbandata. Partendo da alcuni episodi storici della guerra d’indipendenza, come le terribili stragi compiute dall’esercito savoiardo in alcuni paesi meridionali appena conquistati, si arriva a sostenere l’analogia tra Vittorio Emanuele II e Hitler e a sostenere “fatti” estremamente improbabili, come quello per cui il Forte di Fenestrelle sarebbe in realtà stato un lager pieno di meridionali in catene. E se arriva uno storico serio come Alessandro Barbero a dimostrare che ciò non è mai accaduto, gli si risponde che lui è piemontese e dunque senz’altro intenzionato a manipolare la storia contro i meridionali; al punto che la Provincia ha persino concesso di affiggere nel forte una targa che commemora le inesistenti “vittime” di questa vicenda (Saitta e i suoi grandi elettori sono calabresi…).

E quindi, ora si chiede al consiglio comunale di Torino di abbracciare questa teoria, di dire che Lombroso era un criminale razzista e che per lui dobbiamo chiedere scusa, e anzi che dobbiamo censurarlo dalla storia della scienza. Che la teoria dell’atavismo criminale sia scientificamente infondata non c’è più alcun dubbio; ma lo possiamo dire ora, dopo centocinquant’anni. Che fosse studiata apposta per fomentare il razzismo contro i meridionali è invece una castroneria, se non altro perché il secondo “brigante” studiato da Lombroso, Vincenzo Verzeni, era delle campagne bergamasche, e perché la gran parte delle spoglie contenute nella sua collezione e ora nel museo sono di piemontesi.

Inoltre, il fatto che Lombroso abbia in vita proposto delle teorie successivamente rivelatesi infondate e magari persino fantasiose non è di per sé sufficiente per negarne la statura di scienziato o peggio definirlo un criminale; è, in realtà, il modo normale in cui la scienza procede, e moltissimi grandi scienziati sostennero in vita teorie sbagliate e ai nostri occhi incredibili.

Isaac Newton, a cui dobbiamo la legge di gravità, era in realtà principalmente un alchimista; credeva all’esistenza della pietra filosofale, che avrebbe trasformato i metalli in oro e donato l’immortalità, e passò la vita a cercare di produrla. Nikola Tesla, il genio dell’elettromagnetismo, credeva che la Terra assorbisse i raggi cosmici e grazie ad essi si espandesse costantemente come un palloncino, spiegando così la deriva dei continenti. E, già nella nostra epoca, Watson e Crick, premi Nobel per la medicina in quanto scopritori del DNA, si sono resi protagonisti di teorie alquanto surreali; secondo Crick, il DNA sarebbe giunto sulla Terra dallo spazio, speditoci dagli alieni mediante una cometa, mentre Watson, non più di cinque anni fa, è diventato nuovamente famoso per aver sostenuto che i neri sono geneticamente più stupidi dei bianchi, nonostante tutte le prove contrarie.

Eppure, nessuno si sogna di togliere il premio Nobel a questi scienziati o di sostenere che tutto ciò che hanno fatto non è scientifico e va censurato. Al contrario, la scienza impara dai propri errori, e proprio perché alcune teorie sono infondate è importante documentare come vennero concepite e propugnate all’epoca.

Inoltre, non tutto ciò che scrisse Lombroso è infondato; anzi, dalle sue ricerche nacquero la moderna medicina legale, la criminologia scientifica, e persino alcune delle teorie psicanalitiche di Freud. Lombroso fu anche il maestro di tanti altri scienziati illustri, tra cui Camillo Golgi (premio Nobel per la medicina nel 1906) e Mario Carrara (uno dei pochi professori a rifiutare il giuramento di fedeltà al fascismo, a cui tuttora è intitolato il parco della Pellerina), e di quella scuola di medicina torinese da cui nei primi decenni del Novecento emersero poi ben tre premi Nobel (Dulbecco, Luria e Levi Montalcini). Non c’è nessun motivo né per censurarlo, né per negarne il valore scientifico.

Quella di prendere una parte di verità e di ingigantirla in modo assurdo per sostenere le proprie teorie è peraltro una consuetudine dei neoborbonici. Dal fatto che a Napoli fosse stata costruita la prima ferrovia d’Italia si inferisce che il Sud fosse tecnologicamente molto più avanzato del Nord, e dal fatto che ci siano state delle rivolte contro i Savoia si conclude che nessuno al Sud volesse l’Unità d’Italia; fosse vero, non si capisce come lo stato di Napoli possa essere capitolato di fronte agli avventurieri di Garibaldi. Per il fatto che i ricchi forzieri del re di Napoli siano stati incamerati dai Savoia si afferma che lo stato italiano in centocinquant’anni ha impoverito il Sud più di quanto l’abbia sovvenzionato (la realtà è che, grazie al tipico stile di governo della politica italiana, ci ha impoveriti tutti).

E dalla violenta repressione di alcune rivolte si conclude che i Savoia erano razzisti e volevano organizzare la pulizia etnica dei meridionali, quando quello era semplicemente il normale stile di gestione dell’ordine pubblico nell’Ottocento, e i Savoia non esitarono a fare stragi in tutto il Nord, dal sacco di Genova del 1849 fino alle cannonate di Bava Beccaris sui milanesi nel 1898, passando per la strage di Torino del 1864.

C’è un altro movimento politico che adotta le stesse tecniche di manipolazione della storia in chiave localista: è la Lega Nord. Il movimento neoborbonico è lo specchio perfetto della Lega e ha lo stesso obiettivo: a parole, spaccare l’Italia, e più concretamente, usare l’orgoglio campanilistico di una parte della società per garantirsi visibilità, potere e poltrone.

Ma io sono orgoglioso di essere torinese, piemontese, italiano ed europeo; sono orgoglioso dei miei tre quarti piemontesi – dalla città, dalle colline astigiane e dalle risaie casalesi – come del mio quarto di nobiltà napoletana. Sono stato in quella parte della Calabria solo due mesi fa, dal mare fino alla Sila passando per il centro storico di Cosenza, e credetemi, è davvero bellissima. Ogni angolo d’Italia ha una storia, una cultura e un ambiente unici al mondo, e invece di litigare su storie di secoli passati dovremmo chiederci come tutelare tutte queste diverse culture dal declino e dalla globalizzazione.

Se dunque nella mozione resteranno gli attacchi alla figura di Lombroso e i riferimenti all’ideologia neoborbonica, anche il mio voto non potrà che essere contrario, come lo sarebbe a una mozione leghista che prendesse di mira i meridionali. Ad ogni modo, siamo qui per parlarne e dunque sono lieto di ricevere i commenti dei cittadini torinesi e di chi vorrà prendere parte alla discussione.

C'era una volta ...un piano d'ambito per i Murazzi voluto dall'assessore Tessore, il piano d'ambito del 2006 costato 30.000 euro.
Il piano d'ambito era per così dire difettoso e non fu mai possibile attuarlo perchè prevedeva la realizzazione di una vela a copertura dei locali al posto dei dehors affidata ad un consorzio a cui avrebbero dovuto aderire tutti i gestori , gestori però senza contenziosi con il Comune. Essendoci situazioni debitorie di alcuni di questi operatori la riqualificazione dei Murazzi era di fatto bloccata.

Dopo circa un anno di lavoro arriva nel 2013 il nuovo piano d'ambito che ha coinvolto molti soggetti, come la sovrintendenza , il suolo pubblico, l'ambiente il patrimonio ecc. Si tratta sostanzialmente di nuove strutture che avranno funzione di arredo pubblico durante la chiusura dei locali. Non verranno aumentati i locali commerciali con somministrazione di bevande ma addossate al fiume saranno previste alcune piattaforme. Le arcate già gestite dalla Lega dei Furiosi diventeranno un'area studio che però non entrerà nel circuito dell'Edisu e si propone anche una palestra.

Rimane la questione della riqualificazione per così dire "sociologica" dell'area, infatti se l'amministrazione intuisce il problema della necessità di far vivere anche di giorno i Murazzi, forse non riesce a dare una risposta forte alla vocazione turistica e di maggiore valenza artistica da dare all'area.

Infatti nessuno vuole eliminare la Movida ma è chiaro che l'area è sottoutilizzata perchè durante il giorno nessuno la vive, i locali sono chiusi, spesso i residui della notte sono ancora visibili, non ci sono attracchi per le imbarcazioni,non c'è passaggio di turisti e nel deserto dell'area si insinuano le forme peggiori di degrado urbano.

Le associazioni dei cittadini residenti che pare abbiano raccolto 3500 firme lamentano uno scarso coinvolgimento dal momento che chi ci vive avrebbe comunque diritto a dire qualcosa sulla destinazione da dare alle arcate vicino al Po .

Le associazioni ambientaliste ritengono poi che sia prioritaria la rivalutazione del fiume e la bellezza paesaggistica del luogo rimarcando come non siano stati pensati degli approdi per le barche e una forma di turismo naturalistico sulle rive del Po. L'urbanizzazione del fiume attraverso le pedane appare ancora più impattante infatti della situazione attuale.Anche la raccolta differenziata in una zona a rischio di conferimento diretto dell'immondizia nel fiume pare una priorità non ben evidenziata nel piano d'ambito.

Ora forse ci vorrebbe un colpo di genio come un nuovo nome o per iniziare un piccolo lucchetto tra innamorati che renda un po' più romantica quella parte di città perchè a volte davvero basta poco per conferire diversa dignità a un luogo un po' come la panna che chiamata cremè pare più buona o il quartiere parigino chiamato Belleville che non ha grandi bellezze ma evoca una bellezza che va ricercata , confido in qualche scrittore torinese che ci metta la penna e ne riscriva un po' la storia...perchè solo modificando la struttura urbanistica non riusciremo a cambiare la narrazione di un luogo che rimane sempre nel nostro immaginario come un brutto Murazzo.

Anche quest'anno, in occasione delle elezioni politiche, i partiti sono chiamati per legge a nominare gli scrutatori; e anche quest'anno, ritenendo sbagliato il principio di questa norma, il Movimento 5 Stelle di Torino intende restituire a tutti i cittadini la possibilità di ottenere la nomina e con essa una opportunità di lavorare e di fare esperienza, senza necessità di trovare un partito che li raccomandi, per le stesse motivazioni che avevamo già esposto l'anno scorso.

Purtroppo quest'anno tutte le procedure sono accelerate dall'anticipazione delle elezioni, per cui soltanto ieri pomeriggio siamo stati avvisati della nostra possibilità di nominare 153 scrutatori e dobbiamo comunicarli entro domani pomeriggio. Per questo chiediamo ai cittadini interessati, purché già iscrittisi entro lo scorso 30 novembre all'albo comunale degli scrutatori del Comune di Torino, di segnalarsi compilando entro domani, venerdì 11 gennaio, alle ore 12 il seguente modulo. L'opportunità è riservata a persone che non abbiano tessere di partito e che non siano già stati inseriti nelle liste degli scrutatori dei partiti.

Domani pomeriggio effettueremo un sorteggio tra tutte le persone che si sono segnalate (se superiori al numero di posti disponibili) e invieremo i nominativi alla commissione elettorale comunale. Buona partecipazione!

Questa è una storia che inizia molto tempo fa, ben prima che facessi politica; già allora (parliamo del 2007 e poi del 2009) il mio blog menzionava con un certo sconcerto la vicenda della vendita della casa Gramsci di piazza Carlina, dal Comune ai De Giuli – ben connessi immobiliaristi torinesi – al prezzo stracciato di 7 milioni di euro, per farne un albergo di lusso.

Il nuovo hotel sarebbe poi stato gestito dal gruppo spagnolo NH; e anche qui si tratta di amici di famiglia, dato che la filiale italiana NH Italia è una joint venture tra gli spagnoli e Intesa Sanpaolo, che ne detiene tuttora il 44,5%. NH Italia, avendo comprato il gruppo Jolly Hotel, si ritrovava già proprietaria di diversi alberghi a Torino: l’ex Art & Tech al Lingotto, l’Ambasciatori e il Ligure di piazza Carlo Felice.

Si sa, a Torino grazie al megainvestimento olimpico il turismo tira… o forse no, visto che gli alberghi entrano in crisi uno dopo l’altro: è per questo che già nel 2009 la proprietà annuncia l’intenzione di chiudere l’Hotel Ligure e trasformarlo in appartamenti. C’è un piccolo particolare: il piano regolatore di Torino prevede che lì ci sia un albergo; per poterne fare appartamenti è necessaria una variante che, come dice la legge, deve andare nel pubblico interesse (non è sufficiente che ci sia un interesse privato).

A settembre 2011 arriva così in consiglio comunale, per il primo passaggio, una variante urbanistica per cambiare la destinazione d’uso del palazzo da alberghiero a residenziale. In aula, l’unico che ha qualcosa da dire sono io. Ci è stato detto che la chiusura dell’albergo è propedeutica all’apertura di quello in piazza Carlina e che i lavoratori del Ligure saranno semplicemente spostati là, o comunque ricollocati negli alberghi torinesi di NH; addirittura ci è stata mostrata una lettera scritta della proprietà che si impegna in questo senso, e che viene richiamata nella delibera.

Un mese dopo, però, le cose cominciano a non tornare: sul giornale si parla di 37 licenziamenti, e allora presentiamo una interpellanza. A metà dicembre, ancora in attesa di risposte, arriva la delibera per il secondo passaggio in aula. E’ allora che si scopre una situazione drammatica: il problema si è addirittura allargato, in quanto molti lavoratori del Ligure sono stati ricollocati all’Ambasciatori lasciando però senza lavoro i precedenti lavoratori di quest’ultimo.

La delibera viene bloccata in attesa di capire come salvare i lavoratori. Il problema, però, è che il gruppo NH si è sostanzialmente dileguato; ha già venduto il palazzo a un operatore immobiliare, la MGB, per 22 milioni di euro (lo stesso patron della MGB, in commissione, farà notare la grande differenza tra quanto ha incassato NH vendendo un palazzo per appartamenti e quanto ha incassato il Comune vendendo un palazzo simile per albergo). E’ vero che la variante ancora non c’è, ma il valore pagato è stato già stimato “come se”, con una notevole fiducia nella disponibilità del Comune.

Alla fine, dopo un anno di melina, la giunta dice che è ora di approvare la variante: il palazzo chiuso crea degrado, e inoltre l’acquirente si è indebitato per l’acquisto e ora se non fa partire i lavori rischia il tracollo, coinvolgendo altre società del suo gruppo. Tutto vero, ma ancora una decina di lavoratori degli alberghi non hanno ritrovato un lavoro. Ci viene spiegato che NH Italia è in crisi e che il Comune addirittura non riesce nemmeno più a parlare con loro (il che, per una società posseduta a metà dal Sanpaolo, è quantomeno curioso). E quindi, i lavoratori devono arrangiarsi a sperare che saltino fuori posti di lavoro da commesso nei negozi che apriranno nel fu atrio dell’albergo; se no… problemi loro.

L’amministrazione ha insistito nel dire che si è fatto tutto il possibile; la chiusura dell’albergo era già stata decisa da prima per via della crisi del mercato (ma non eravamo la nuova meta turistica del millennio?), i lavoratori sarebbero rimasti comunque senza lavoro, in tante città non si pensa nemmeno di legare promesse occupazionali alle varianti urbanistiche, non è colpa di nessuno se l’intero gruppo NH è andato in crisi.

Resta il fatto centrale: senza variante urbanistica, il proprietario sarebbe stato costretto a riaprire l’albergo oppure a tenere il palazzo chiuso all’infinito – e parliamo di una variante urbanistica che ha aumentato il valore del palazzo di almeno una decina di milioni di euro, per un presunto interesse pubblico ad avere davanti a Porta Nuova più appartamenti e meno alberghi. A fronte di questo, al proprietario originale è stato permesso di prendersi un impegno alla ricollocazione dei lavoratori e poi disattenderlo tranquillamente, lavandosene le mani perché, come in un gioco delle campanelle, nel frattempo il palazzo è stato passato a qualcun altro e loro hanno già incassato.

Alla fine, noi siamo stati gli unici a votare contro l’approvazione definitiva della variante urbanistica; anche la nostra mozione che chiedeva all’avvocatura comunale di studiare una richiesta di danni contro il gruppo NH è stata bocciata da tutti i partiti. Con molti auguri ai lavoratori dal consiglio comunale.

La mia lettera aperta a Fassino

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Pubblicata in data 21/12/2012 da "Il Nordovest"

Caro Sindaco,

quasi un anno fa, durante la tradizionale conferenza stampa, Lei annunciava in "pompa magna" che Torino sarebbe uscita dal patto di stabilità, in perfetta solitudine e senza essersi consultato con il Consiglio Comunale, con coloro che i torinesi avevano eletto per rappresentarli.

A questo brusco esordio ha fatto seguito un anno molto difficile, per i torinesi, per la macchina comunale, per noi consiglieri e, immagino, anche per Lei e la sua giunta. Numerose sono state infatti le occasioni di confronto e di scontro, sempre avvenute sul merito e sui contenuti, alle quali però raramente Lei ha risposto con argomentazioni e col dialogo.

La sua decisione di uscire dal patto di stabilità ha avuto conseguenze dirette su numerosi torinesi, che hanno visto contemporaneamente aumentare le tasse, i costi dei servizi e ridurne il numero. Ha avuto effetti su intere famiglie, nelle quali ci sono persone che non hanno più avuto rinnovato il loro contratto di lavoro a tempo determinato con la Città di Torino.

L'affanno, l'urgenza, e forse anche la paura, hanno spinto sovente Lei e la Sua Giunta a sottoporre al Consiglio provvedimenti molto complessi da approvare in tempi molto rapidi, pochi giorni, impedendo di fatto l'esame approfondito delle questioni.

Il Consiglio comunale non è infatti una mera formalità od una perdita di tempo, ma è un luogo nel quale si esercita realmente la "virtù" della democrazia, del dialogo e del confronto che, se esercitato con competenza e razionalità, non può che migliorare i provvedimenti che con questo metodo vengono esaminati.

Apprendiamo in questi giorni che, forse, l'emergenza è passata, che forse dal 2013 si potrà tornare alla normalità, dovendo sì affrontare ancora situazioni complesse, ma senza l'assillo delle urgenze.

Ci sembra, caro Signor Sindaco, che Lei possa usare questa occasione per inaugurare una nuova stagione con il Consiglio e con l'intera cittadinanza. Le viene data, non dalla fortuna ma da chi in questi mesi ha mantenuto il timone saldo in mezzo alla tempesta, l'opportunità di ricucire uno strappo ben più vasto del debito delle casse cittadine. I torinesi, ed in primo luogo i dipendenti della Città di Torino, la vivono come un estraneo, come una persona che gestisce in modo autocratico gli affari del Comune, senza dialogare o ricercare il confronto.

Un esempio di ciò, forse l'emblema, lo si può avere nella gestione della questione dei dirigenti comunali. Dinnanzi ad una chiara sentenza del Consiglio di Stato Le sembra il caso di lasciar agire il Suo Direttore Generale senza alcun controllo? Le sembra il caso non spendere neanche una parola per i quasi 11.000 dipendenti che ogni giorno garantiscono i servizi della nostra Città?

Ora Le viene data concretamente l'opportunità di dimostrare che Lei non è richiuso in un fortino ed agisce nell'interesse di tutta Torino. Deve semplicemente mettere la parola fine a questa vicenda ritirando quelle determine, senza reti di salvataggio con nomine ad personam. Le garantisco che l'Amministrazione comunale funzionerà perfettamente anche senza questi 21 dirigenti. Ha un'occasione; cosa vuole fare?

Abbiamo dimostrato nei nostri interventi, nelle nostre proposte, nei nostri emendamenti non la faziosità, ma la competenza e la volontà di entrare nei dettagli di ogni provvedimento, perché siamo convinti che il bene della Città non venga solo dalle Sue decisioni, come non venga solo dai nostri consigli, ma sia, o meglio debba essere, il frutto del confronto. Potrei citarle le tante questioni sulle quali in aula o nelle commissioni abbiamo fatto sentire la nostra voce. Così è avvenuto nella vicenda degli affidamenti diretti che ha coinvolto la Dott.ssa Martina e su tante altre tematiche di interesse cittadino: dagli asili alle dismissioni societarie, dal regolamento impianti sportivi alla cultura passando per l'imposta di soggiorno, dalle consulenze esterne alla Fondazione per la cultura. E come non ricordare la vicenda del suo portavoce da €180.000, rimasta tristemente ad oggi ancora in sospeso. Abbiamo cercato di sensibilizzare Lei su alcune tematiche che ritenevamo importanti per la Città e non per nostri interessi specifici.

In aula, durante le tante ore che abbiamo trascorso in quel luogo nel quale ogni torinese è rappresentato, mi è capitato sovente di osservare il quadro incassato nel soffitto. C'è una scritta in latino: "Ego sapientia habito in consilio". La sapienza dovrebbe essere la dote principe per un Sindaco che amministra per un tempo definito un patrimonio, non solo economico ma anche di affetti, sentimenti e ricordi, di altri. Per massimizzarla però deve frequentare quell'aula, deve dialogare con il Consiglio e deve accogliere quelle idee, indipendentemente dalla parte politica da cui provengono, che possono migliorare la vita di noi tutti.

Le auguro, e auguro alla nostra Torino, un 2013 sereno, nel quale ciascuno concorra al benessere di tutti.