Il Movimento 5 Stelle di Torino ha organizzato un approfondimento pubblico per capire davvero cosa c’è in gioco nel referendum sulla riforma della giustizia. È questo l’obiettivo dell’incontro “La risposta è NO” che ha visto la partecipazione di magistrati ed esperti che hanno analizzato i rischi della riforma e smontato le principali narrazioni utilizzate dai sostenitori del Sì.
All’evento sono intervenuti Gabriella Viglione, procuratrice della Repubblica della Procura di Ivrea, Giulia Marzia Locati, consigliera della Corte d’Appello di Torino. A moderare l’incontro Giovanni Trombetta.
L’obiettivo della serata non è stato soltanto quello di spiegare i contenuti tecnici della riforma, ma soprattutto di fornire ai cittadini strumenti concreti per orientarsi nel dibattito pubblico e comprendere perché questa modifica costituzionale rappresenti un passaggio delicato per la democrazia.
Una riforma nata senza confronto
Uno dei primi elementi critici riguarda il metodo con cui la riforma è stata costruita. Come ricordato durante il dibattito, il testo è entrato in Parlamento ed è uscito senza essere modificato neppure di una virgola, nonostante le quattro letture previste dall'iter costituzionale. Un fatto anomalo per una revisione della Costituzione, che dovrebbe nascere da un ampio confronto politico e culturale tra le diverse forze parlamentari. La Carta costituzionale, infatti, è il patto che tiene insieme la società e per questo le sue modifiche dovrebbero essere condivise il più possibile. In questo caso, invece, la riforma è stata promossa dal governo e portata avanti senza un vero processo di mediazione.
La prima bugia: “È la riforma della giustizia”
Uno dei punti più contestati durante l’incontro riguarda la narrazione pubblica che accompagna il referendum. La riforma viene presentata come una soluzione ai problemi della giustizia italiana: processi lunghi, errori giudiziari, inefficienze. Ma in realtà il testo non modifica in alcun modo il funzionamento dei processi né interviene sui meccanismi procedurali. Questo significa che, se la riforma entrasse in vigore, il sistema giudiziario continuerebbe a funzionare esattamente come oggi sotto il profilo dei tempi e delle procedure. I problemi strutturali – carenza di risorse, organici insufficienti, edilizia carceraria – resterebbero tutti irrisolti.
La mistificazione della separazione delle carriere
Uno degli slogan più ripetuti dai sostenitori del Sì riguarda la necessità di separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri per garantire maggiore imparzialità. Ma, come spiegato nel corso del dibattito, questa rappresentazione è fuorviante. La Costituzione non parla di “carriere” ma di diversità di funzioni all'interno di un unico ordine della magistratura. Inoltre, negli anni sono già state introdotte norme che limitano fortemente il passaggio da una funzione all'altra. In pratica, la separazione operativa esiste già. Il problema non è la terzietà del giudice. Il rischio reale è un altro: allontanare progressivamente il pubblico ministero dal sistema di garanzie costituzionali che oggi ne tutela l’indipendenza.
Il nodo del Consiglio Superiore della Magistratura
Un altro punto centrale riguarda le modifiche al sistema disciplinare e al Consiglio Superiore della Magistratura. Il CSM è l’organo che garantisce l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati dal potere politico. La riforma introduce un nuovo organismo disciplinare, la cosiddetta “Alta Corte”, che rischia di indebolire proprio queste garanzie.
Tra i problemi evidenziati:
le decisioni disciplinari sarebbero impugnabili solo davanti alla stessa Alta Corte, eliminando il ricorso alla Cassazione;
i componenti dell’organo non avrebbero le stesse garanzie di indipendenza previste per i magistrati ordinari;
l’intero sistema potrebbe diventare più esposto a pressioni politiche.
Questo cambiamento rischia di alterare l’equilibrio tra poteri su cui si fonda lo Stato di diritto.
Il rischio di una magistratura meno indipendente
Il punto politico più forte emerso durante l’incontro riguarda le conseguenze che una riforma del genere potrebbe avere sul funzionamento della giustizia. Se il sistema disciplinare e l’organizzazione della magistratura diventano più vulnerabili alle influenze esterne, il rischio è che un giudice, prima di decidere una causa, possa trovarsi a pensare non solo a ciò che è giusto secondo la legge, ma anche alle conseguenze sulla propria carriera. E quando un giudice si pone questa domanda, il problema non riguarda i magistrati, ma i cittadini: perché è la loro tutela che rischia di indebolirsi.
Difendere la Costituzione
Durante l’incontro è stato ricordato che il referendum costituzionale non richiede quorum. Ciò significa che ogni voto conta e può contribuire a fermare una riforma considerata pericolosa per l’equilibrio democratico. Per questo l’obiettivo degli incontri pubblici è informare, discutere e costruire consapevolezza. Difendere l’indipendenza della magistratura non è una battaglia corporativa: significa difendere un principio fondamentale della democrazia. Perché senza giudici realmente autonomi, i diritti dei cittadini diventano più fragili.
E proprio per questo, la risposta resta una sola: NO!